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Notizie dalla Russia | RBTH
  1. Stormi di cormorani stanno danneggiando il nuovo tetto dello stadio Arena di San Pietroburgo, il secondo stadio più costoso al mondo dopo il Wembley di Londra. La notizia è stata riferita dal vice governatore della città, Igor Albin.

    In una recente intervista Albin ha accusato gli uccelli di aver causato gravi danni alla struttura. “I cormorani stanno creando danni al tetto con i loro potenti becchi. E alcuni spettatori si sono addirittura bagnati a seguito di infiltrazioni”, ha detto.

    Dalle sue dichiarazioni emerge quindi che il tetto, che dovrebbe sopportare un peso fino a 400 chili per metro quadro, non riesce a resistere al becco di un cormorano!

    Immediate le reazioni della comunità russa online, che ha fortemente criticato le autorità, che hanno speso più di 800 milioni di dollari per realizzare lo stadio, il cui costo iniziale previsto era pari a 120 milioni di dollari.

    “Dobbiamo sviluppare un progetto di alta qualità che permetta di proteggere il tetto dagli uccelli, così come avviene negli aeroporti”, ha concluso Albin. Forse senza tenere in considerazione degli ulteriori costi aggiuntivi che questo intervento prevederebbe.

  2. Quando i bolscevichi salirono al potere, la questione della libertà di espressione divenne uno dei punti cruciali della politica di quel periodo. Tra le prime misure introdotte ci fu la limitazione della libertà di espressione, soffocata in breve tempo attraverso un massiccio uso della censura. All’inizio di novembre del 1917 il governo sovietico firmò il Decreto sulla stampa che di fatto vietava la pubblicazione di qualsiasi articolo “borghese” che criticasse le autorità sovietiche.

    Fonte: RIA Novosti

    Con il passare degli anni la censura si fece sempre più forte, raggiungendo l’apice durante l’epoca di Stalin. Con la morte del leader sovietico questa morsa pian piano si allentò, ma subì una profonda virata solo alla fine degli anni Ottanta, quando Mikhail Gorbachev annunciò la “glasnost” (apertura).

    I politici caduti in disgrazia

    Così come spiega la Grande enciclopedia sovietica, la censura dello Stato socialista era “di natura diversa rispetto a quella esistente negli stati borghesi e il suo unico obiettivo consisteva nel difendere gli interessi della classe operaia”. Si tratta ovviamente di un’affermazione azzardata, visto che l’élite sovietica utilizzava la censura unicamente per trarne benefici che venivano poi pagati con il sangue, soprattutto durante l’epoca delle grandi purghe staliniane.

    Fonte: Nadezhda Konstantinovna Krupskaya

    “L’eliminazione fisica degli oppositori politici di Stalin fu seguita dalla distruzione delle loro immagini”, scrive lo storico britannico David King. In quell’epoca iniziò infatti una corsa all’eliminazione di qualsiasi fotografia e immagine che ritraesse i leader caduti in disgrazia. Nikolaj Ezhov, per esempio, capo dell’Nkvd, colui che organizzò la repressione politica di massa degli anni 1936-1938, finì nelle mani della polizia segreta nel 1940 dopo un’accesa discussione con Stalin. E venne eliminato. Successivamente Ezhov sparì da ogni fotografia nella quale era stato ritratto insieme a Stalin.

    La stessa cosa accadde anche con altri capi dell’Nkvd, come Lavrenti Beria: uomo di fiducia di Stalin, cadde in disgrazia dopo la morte del leader nel 1953 e venne anche lui eliminato. Successivamente venne dato l’ordine di modificare la Grande enciclopedia sovietica con una nuova versione che non facesse alcun riferimento a Beria.

    I libri proibiti

    Nel 1921 il giovane governo sovietico creò la Direzione generale per gli affari letterari e artistici (Glavlit), il principale organo predisposto al controllo delle pubblicazioni in quegli anni. Erano proprio i censori di Glavlit infatti a decidere le sorti dei libri in Urss.

    Ai cittadini sovietici non venne permesso leggere una gran quantità di libri oggi considerati grandi classici della letteratura, come il Maestro e Margherita di Bulgakov o Il dottor Zhivago di Pasternak. Ovviamente la circolazione di libri scritti da autori russi emigrati all’estero era severamente vietata in Unione Sovietica. Il pubblico non aveva accesso alle opere di Ivan Bunin o di Vladimir Nabokov, solo per citarne alcuni.

    Ma con il passare degli anni gli sforzi del governo sovietico non furono capaci di fermare i cosiddetti “samizdat”, copie di libri censurati trascritti a mano e fatti circolare illegalmente.

    L’arte moderna

    Nikita Khrushchev, leader dell’Urss del 1953 al 1964, si rivelò più aperto di Stalin e condannò le politiche repressive all’interno di un discorso pronunciato nel 1956. Secondo lo storico Leonid Katsva, Khrushchev sarebbe addirittura arrivato al punto di ipotizzare l’eliminazione della censura per quanto riguarda il mondo dell’arte, senza però concretizzare questa sua idea.

    A fargli cambiare idea ci pensò l’arte moderna: dopo aver visitato la mostra “Nuova realtà” realizzata da giovani artisti, Khrushchev, scandalizzato, commentò: “Il popolo sovietico non ha bisogno di queste cose! Vi dichiariamo guerra!”.

    Fonte: Archivio di Avdei Ter-Oganjan

    Durante il mandato di Leonid Brezhnev (1964-1982) lo Stato continuò a reprimere gli artisti che non si attenessero ai canoni del realismo socialista. Nel 1974 il governo ordinò la distruzione di un’esposizione non ufficiale di arte moderna nella periferia di Mosca con bulldozer e pompe d’acqua.

    Le radio occidentali

    Durante la Guerra fredda sia l’Urss sia l’Occidente cercarono di “influenzare” le opinioni della popolazione che stava dall’altra parte della cortina attraverso “punti di vista alternativi”. Nel 1946 la BBC iniziò a realizzare trasmissioni per i cittadini sovietici. Qualche anno dopo le fecero seguito canali come Voice of America, Radio Liberty o Deutsche Welle.

    Una situazione che ovviamente al Cremlino non piaceva e fu per questo che si decise di bloccare le frequenze radio delle emittenti straniere. Secondo il giornalista lituano Rimantas Pleikis, l’Urss vantava il maggior sistema di anti-radio del mondo.

    Ma anche questo sistema aveva le sue falle: chi voleva continuare ad ascolare le emittenti straniere, o la musica jazz e rock, trovava il modo di farlo. E fu solo nel 1988 che Mikhail Gorbachev pose fine al blocco delle radio straniere.

  3. All’inizio del XVII secolo, quando la Russia si preparava a uscire dal Periodo dei torbidi, gli invasori polacchi si accingevano ad abbandonare il territorio russo, ponendo fine al grande caos creatosi fino a quel periodo. Nel 1613 salì al potere lo zar Mikhail Romanov, il quale diede il via alla lunga dinastia dei Romanov.

    Nei primi cento anni della dinastia, gli esploratori russi si sono spinti molto lontano e hanno scoperto territori fino a quel momento semi sconosciuti come la Kamchatka, Sakhalin, le isole Kurili e altri luoghi dell’Estremo oriente.

    La Yakutia e il fiume Lena

    Fonte: Stepan Zharkij

    Dopo aver attraversato più di 2.000 chilometri, nel 1619 un gruppo di soldati russi è arrivato al fiume Enisej, stabilendo lì il primo insediamento russo. In quello stesso anno si scoprì che a circa mille chilometri da lì si trovava un altro grande fiume. Ma dovettero passare altri sette anni prima che i russi incontrassero questo magnifico corso d’acqua, il Lena. Questo fiume, il più orientale dei tre grandi fiumi siberiani, venne scoperto da un gruppo di esploratori volontari guidati da Pantelei Pyanda, il primo che raggiunse la Yakutia. Un viaggio, quello dallo Enisej al Lena, che durò tre anni.

    Due anni più tardi, nel 1628, un gruppo di uomini armati (streltsi), guidati dall’ufficiale Vasilij Bugor, trovarono un percorso più breve. Fu in quel periodo che sulle rive del fiume Lena venne costruito un forte: il primo insediamento che diede vita alla città di Yakutsk.

    Il fiume Amur e l’Oceano Pacifico

    Fonte: Stepan Zharkij

    Da quel piccolo insediamento gli esploratori si lanciarono ben più in là, verso est, e raggiunsero le coste artiche e dell’Oceano Pacifico.

    Nel 1639 un gruppo di cosacchi guidato da Ivan Moskvin arrivò fino al Mare di Okhotsk e lì, a nord dell’attuale regione di Khabarovsk, venne fondato un nuovo insediamento. Gli esploratori si stupirono delle nuove specie di pesci incontrate durante il loro percorso.

    Ma grazie al popolo degli evenki gli avventurieri russi scoprirono che esisteva un altro grande fiume situato più a sud. Ma si dovette attentedere fino agli anni Quaranta del 1600 per arrivare finalmente all’esturario dell’Amur.

    Tuttavia il primo insediamento realizzato nei pressi del fiume Amur venne costruito solo nel 1651 da Erofej Khabarov: viene proprio da qui infatti il nome Khabarovks.

    Nel 1642 un gruppo di 133 cosacchi partì da Yakutsk alla ricerca di fiume Amur. Erano guidati da Vasilij Poiarkov, il quale era convinto che seguendo il corso di questo fiume si sarebbe potuti arrivare fino alla Cina. Fu così che seguirono il corso d’acqua fino alla foce. Lì incontrarono dei gruppi di indigeni che raccontarono dell’isola di Sakhalin, abitata, secondo quanto raccontarono, “da gente pelosa”. Ma solo 20 delle 133 persone che parteciparono alla spedizione di Poiarkov riuscirono ad arrivare vive a Yakutsk.

    Kolima e la Chukotka

    Fonte: Stepan Zharkij

    In quello stesso anno, nel 1642, un altro gruppo guidato da Mikhail Stadukhin partì da Yakutsk alla ricerca del fiume Amur, ma arrivò fino al fiume Kolima. La spedizione attraversò più di 1.000 chilometri di terra attraverso uno dei luoghi più freddi del pianeta, dove le temperature possono segnare -70ºC.

    Una volta arrivato alle sponde del fiume Kolima, Stadukhin eresse un piccolo forte che lasciò in mano a Semion Dezhniov: fu lui uno degli esploratori più famosi di tutto il Paese, conosciuto per essere stato il primo uomo a raggingere la Chukotka e ad attraversare il canale tra l’Asia e l’America. Non è un caso che il punto più orientale dell’Eurasia si chiami proprio capo Dezhniov, in suo onore.

    Nel luglio del 1648, mentre cercava nuovi sbocchi commerciali, Dezhniov arrivò a quello che lui definì il “mare ghiacciato” (l’oceano Artico). I forti venti distrussero tre delle sette barche che viaggiavano con lui, ma coloro che sopravvissero alla tempesta arrivarono alla Chukotka. Lì gli esploratori incontrarono gli eschimesi, che da tempo abitavano quelle terre.

    La Kamchatka e le Isole Kurili

    Fonte: Stepan Zharkij

    Sradukhin, colui che aveva scoperto il fiume Kolima, fu il primo russo che ammirò le montagne della Kamchatka. Le scoprì nel 1651 esplorando le coste del Mar di Okhotsk.

    Ma il primo uomo a pestare il suolo della Kamchatka fu Ivan Kamchatka, mercante cosacco siberiano. Questa terra porta infatti il suo nome. Mentre si trovava sulla costa nord del Mar di Okhotsk, nel 1658, sentì parlare dagli abitanti del posto dell’esistenza di un grande fiume più a sud.

    Non si conosce invece il nome del primo russo che abbia messo piede sulle isole Kurili, l’arcipelago tra Russia e Giappone. È probabile che si tratti di Ivan Koziravskij, arrivato con un gruppo di cosacchi e di altra gente della Kamchatka. Questo gruppo di esploratori si avventurò nelle Kurili tra il 1711 e 1713 nel tentativo di disegnare una prima mappa di questi luoghi.

  4. I funghi sono da sempre tra gli ingredienti principali di molti piatti russi. Alcune specie però possono risultare altamente tossiche, in certi casi addirittura mortali. Ma l’esperienza ha dimostrato ai russi che, seguendo alcuni importanti accorgimenti, possono essere privati delle sostanze tossiche e possono essere mangiati. Vi spieghiamo le tecniche da loro utilizzate.

    ATTENZIONE! Con questi funghi non si scherza! Il loro consumo può essere altamente pericoloso. Si consiglia quindi di fidarsi solo di chef esperti e di non fare affidamento unicamente alle descrizioni e alle immagini di seguito riportate.

    Amanita muscaria o ovolo malefico

    Fonte: Legion Media

    L’amanita muscaria, chiamata anche “ovolo malefico”, è uno dei funghi velenosi più belli e appariscenti che si possano incontrare nei boschi. In generale il consumo di questo fungo può essere molto pericoloso e può causare disturbi gastrointestinali, formicolio, delirio e perfino allucinazioni. Ad ogni modo, se cucinato nel modo corretto (meglio lasciarlo fare a un esperto!) non solo non risulta pericoloso, ma è anche un piatto davvero delizioso.

    In un suo racconto breve, lo scrittore russo Ivan Bunin ricordava come i contadini russi amassero questo tipo di fungo.

    Per poter mangiare “l’ovolo malefico” senza avvelenarsi è necessario innanzitutto lavarlo, sbucciarlo e farlo bollire per almeno 20 minuti. Così come potrete vedere, da una prima cottura uscirà un brodo arancione, contenente buona parte delle sostanze velenose. Sciacquate via l’acqua e ripetete il procedimento per 2-3 volte. Quando i funghi non rilasceranno più questo tipico color arancione, significa che avranno perso le sostanze velenose. Prima di cuocerli in padella sarà però opportuno lavarli ancora una volta.

    Morchella o spugnole

    Fonte: Legion Media

    La morchella è il primo fungo di primavera. Completamente saldato al gambo, di altezza variabile da 4 a 12 cm, ha una forma di spugna ed è costituito da "alveoli". Si tratta di un fungo velenoso se mangiato crudo, ma che può essere commestibile se bollito. La cucina russa vanta piatti davvero originali realizzati proprio con le spugnole.

    L’insalata con fiori di felce, per esempio, prevede l’aggiunta di spugnole marinate (dopo la bollitura, ovviamente!), patate lesse, giovani germogli di felce, cipolle e pinoli.

    Gyromitra esculenta

    Fonte: Legion Media

    È uno dei funghi più pericolosi: mortale da crudo, può risultare velenoso anche da cotto. Attualmente è stato tolto dai mercati controllati a causa di alcune pericolose intossicazioni dovute alla sua ingestione, ma in Unione Sovietica alcuni esemplari di questa specie erano considerati “nominalmente commestibili”: venivano infatti bolliti più volte, come l’amanita muscaria, fritti e conditi con patate e panna acida.

    Lycoperdon perlatum

    Fonte: Getty Images

    Cresce poche ore dopo  la pioggia e nei villaggi russi è conosciuto come “il tabacco del nonno”, poiché se da giovane presenta un color biancastro, con il tempo assume una colorazione bruno-nerastra e in età avanzata si presenta ricoperto di spore. Questo fungo viene utilizzato in cucina quando è ancora giovane. La sua preparazione è davvero semplice: sbucciate i funghi, lavateli e friggeteli in padella con del burro. Saranno ottimi per un’insalata!

    Macrolepiota procera o mazza di tamburo

    Fonte: Legion Media

    Anche se la mazza di tamburo può risultare tossica da cruda, il suo cappello (che può raggiungere i 30 cm di diametro) se ben cotto è completamente commestibile. Basterà impanarlo nell’uovo e nella farina e poi friggerlo.

  5. Gli uomini russi vivono in media dieci anni in meno delle donne russe. Fonte: Aleksandr Vikulov/RIA Novosti

    I russi, purtroppo, non hanno mai brillato, quanto a durata della vita. Ma ora sembra che il Paese faccia passi avanti verso la longevità.

    Le autorità statistiche russe hanno riferito che nella prima metà di quest’anno l’aspettativa di vita ha raggiunto 72,4 anni. Ovvero, come ha dichiarato la vicepremier russa Olga Golodets, 5 mesi in più rispetto allo scorso anno.

    L’aspettativa di vita, tradizionalmente, in Russia differisce sensibilmente tra uomini e donne. I russi in media vivono dieci anni meno delle russe. I dati definitivi 2016, ad esempio, hanno visto un traguardo di 66,5 anni per i maschi e 77 anni per le femmine.

    La Golodets ha inoltre riferito che il tasso di mortalità è sceso dal 13,2 ogni 1.000 persone del 2016 al 12,9 attuale.

    La più alta speranza di vita nell’Urss è stata registrata nel 1990: 60,1 anni. Due volte in più che nel periodo finale dell’Impero russo, quando si fermava a 30,5 anni di età. Un salto enorme venne fatto dopo la Rivoluzione del 1917: già nel 1927 la speranza di vita era salita a quasi 43 anni.

      L’Aspettativa di vita  in Russia Infogram

     

    Negli anni Sessanta del Novecento l’aspettativa di vita nell’Urss raggiunse quasi il livello dei Paesi occidentali.

    Il record sovietico non è stato raggiunto nella Russia contemporanea fino al 2010 (per circa vent’anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica la situazione era peggiorata), ma è in costante miglioramento da allora in poi.

    Attualmente, l’aspettativa di vita in Occidente è sugli 80 anni. In Italia è di 80,6 anni per i maschi (vivono dunque in media 14 anni più dei russi) e di 85,1 per le femmine (vivono 8 anni più delle russe). E nel 2017 ci sono in Italia oltre 700 mila ultranovantenni.

    Se si guarda alle diverse regioni della Russia, le persone che vivono più a lungo tendono a vivere a Mosca e nel Caucaso. L’Inguscezia è al primo posto, con una media di 80,8 anni, seguono il Daghestan con 77,2, e la capitale con 77 anni.

    I numeri peggiori vengono invece dalla Siberia e, più precisamente, dalla Repubblica di Tuva, al confine con la Mongolia: appena 64,4 anni

    A marzo scorso il presidente Vladimir Putin ha dichiarato che la speranza di vita dei russi può essere innalzata entro il 2025 fino alla media di 76 anni.